di Piergiorgio Mazzotta*
La partecipazione a un Consiglio nazionale di Ac, luogo principe e cardine della nostra struttura associativa, è sempre uno straordinario momento di confronto e condivisione. Ma quello vissuto lo scorso fine settimana a Gorizia-Nova Gorica, “capitale europea della cultura” – o forse, per meglio dire, “capitale della cultura europea”, come suggeriva l’arcivescovo di Gorizia monsignor Redaelli nel suo saluto iniziale al Consiglio – è stata davvero un’esperienza speciale. Perché al senso del nostro incontrarci ha donato proprio fisicamente, non solo letteralmente, una terza parola: confine.
Una parola che delle altre due, “con-fronto” e “con-divisione”, è per certi versi sinonimo e con le quali fa anche rima, seppur al con-trario, giacché anch’essa con-tiene il prefisso “con” che di solito indica unione, partecipazione, tenersi per mano, accoglienza.
Esattamente quell’accoglienza che gli amici dell’Ac diocesana di Gorizia ci hanno fatto gustare sin dal primo incrocio di sguardi. Loro che, invece, il confine l’hanno visto tracciarsi all’improvviso, sulla propria pelle, in uno dei modi più drammatici della storia del Novecento, in una notte di settembre del ’47, come un muro di filo spinato tracciato a tavolino. Quel muro che, ancor prima del ben più tristemente famoso muro di Berlino, divenne il simbolo della separazione, non solo tra case, stalle, famiglie, persone, ma in una dimensione ancora più grande, tra Italia e Jugoslavia, tra Est e Ovest. Allora fu divisa a metà anche quella storica Piazza Transalpina che oggi, invece, con il potere dei segni, racconta il significato più umano del termine “con-fine”, materializzato per terra da una semplice linea di mattonelle di pietra con al centro un mosaico di forma circolare. Circolare, sì. Come una linea unica, le cui estremità̀ si ricongiungono per annullarsi l’una nell’altra, senza più né inizio né fine. Come la volta del Cielo che ci richiama tutti a un unico fine.
È questa la prospettiva di vita che ci riportiamo a casa, nel cuore, al termine di questo Consiglio nazionale. Di voler abitare il confine a tutto tondo come uno spazio poroso, osmotico, dove le identità si distinguono e allo stesso tempo si incontrano, riflettendosi circolarmente l’una nell’altra per confermarsi a vicenda.
Uno spazio dinamico da allargare e approfondire col dialogo continuo ed equilibrato in ogni contesto, geografico e politico, culturale e sociale, psicologico e personale, filosofico ed esistenziale, per rileggere insieme come credenti e come Associazione, alla luce della fede, le tante crisi umanitarie che oggi si manifestano proprio come confini, come tensioni tra pace e guerra, tra democrazia e dittatura, tra sviluppo e povertà.
E allora, forse, davvero, “confronto”, “condivisione” e “confine” saranno un tutt’uno in una semplice stretta di mano tra due persone diverse, per promuovere, nell’esperienza di un noi fraterno e universale, lo sviluppo sostenibile e la pace globale.
* Delegato regionale


